il racconto di mamma Claudia

Una contrazione mi sveglia. Guardo l’orologio, sono le 4 e penso sorridendo: “oggi ci conosceremo. Finalmente”.

Siamo in ritardo sia rispetto ai calcoli medici sia rispetto alla luna, quindi iniziavo ad essere impaziente. Ma adesso sono tranquilla, serena e ho intenzione di mettere in pratica quanto imparato in questi 3 mesi di incontri.

Alle 6 mi alzo, faccio colazione, metto un po’ di musica e “faccio yoga”. Alle 8 chiamo in ospedale e mi dicono che DEVO comunque andare al controllo dato che sono oltre il termine. Tutta la mia pace interiore si trasforma in irritazione: non è il momento ma per loro devo comunque andare in ospedale.

Quando sono a fare il tracciato le contrazioni si fermano. Dopo più di un’ora trovo il modo di passare oltre e mi visitano. Sono le 11 passate e sono dilatata di 4 centimetri. Contro il parere medico (e di mio marito) firmo e vado a casa. Non voglio fare il travaglio in ospedale (l’ho già fatto una volta, per il primo figlio, e non mi é piaciuto essere da sola in un posto non mio). A casa mia sono a mio agio. Mangio qualcosa, mi rilasso. I dolori aumentano, le contrazioni sono sempre più ravvicinate. Io intanto canto, respiro, cammino, mi muovo, cullo la creatura (non abbiamo voluto saper il sesso), sorrido pensando che tra poco ci conosceremo. Alle 14:30 le contrazioni sono ogni 2 minuti circa e sono un po’ più dolorose quindi andiamo in ospedale. Alle 15 siamo in sala parto.

Le ostetriche e mio marito mi hanno presa in giro parecchio per la tampura in filodiffusione! Ma non importa: Io ho camminato e respirato e aspettato.

Alle 18 l’ostetrica mi visita e dato che sono a dilatazione completa mi chiede se deve rompere le acque e, dato che la prima volta avevo spinto parecchio, rispondo di si. Scambiamo due parole sulla quantità di liquido amniotico del primo parto e poi…la contrazione arriva proprio come un’onda potentissima che travolge tutto.

Sembra non finire mai, non sento la fine della contrazione. É l’ostetrica che mi dice di smettere di spingere e di ascoltare. Se non voglio partorire da sdraiata é il momento di alzarmi. Ma non saprei come fare: Lei è li, la sento. E l’onda torna di nuovo potentissima e si trasforma in un urlo, che non è un urlo ma un ruggito…e Iris nasce alle 18:12.

Anche questa volta ho sentito giusto, é una bimba.

Forse non avrei dovuto farmi rompre il sacco ma…é andato bene così. Ed è stato davvero diverso dal primo: l’ho vissuto e non subito. Non ero sdraiata sul lettino ad aspettare che passasse (come per il primo). Ero presente. Ricordo tutto, minuto per minuto, le facce di chi era li, il tempo, la musica, i pensieri. Non ricordo il dolore: ricordo l’attesa e l’emozione.

Grazie Chiara